#Deminimis - otto marzo

L’otto marzo nella romita baita s’è festeggiato la scorsa settimana con la mia pargola ormai decenne.

La piccola inaspettatamente mi ha raccontato che per l’anno prossimo vorrebbe smettere con il rugby.

Io stupito glie ne ho chiesto il motivo sapendo che le è sempre piaciuto molto frequentare per quell’ora e mezza il campo infangato sul quale quella manica di nani imbranati rincorrono una palla sbilenca cercando di rubarsela di mano. Si è sempre divertita molto, mi dicono che se la cava bene, è la più anziana del suo gruppetto, adora il suo allenatore, perché mai, mi chiedo, questa novità?

Presto detto, il gioco molto le piace, meglio, le piacerebbe ancora se i maschietti, tanto sbruffoncelli quanto meno capaci poiché appena arrivati e assai più indisciplinati, non l’avessero di fatto esclusa non passandole mai la palla durante le partitelle di allenamento, infischiandosene delle regole e dello spirito del gioco.

Questo accade da quando il vecchio e adorato allenatore, antica gloria dell’italico15, ha tenuto in custodia i più piccini affidando la piccola alla giovane allenatrice della categoria che per età le compete.

Dei del cielo! Lo stereotipo si materializza: giovane, donna, capace, già a dieci anni si confronta con il soffitto di cristallo, per giunta a causa di un’altra donna.

Ancora una volta il Maestro riveste la sua logora tunica e istruisce la piccola su quale sia la lezione da trarre e la sfida da vincere: “non la tecnica, non la competizione è l’ultima lezione che quel campetto ti propone, ma affrontare questa esclusione da un gioco che vorresti continuare a fare e restare al tuo posto nella squadra che sai di meritare. Affronterai quindi la tua allenatrice poiché a lei compete la responsabilità della squadra e le spiegherai che se lei non saprà onorare il suo ruolo riconducendo all’armonia della regola e dello spirito quel gioco che ancora ti piace ebbene l’anno prossimo non ci sarai. La tua meta sarà trovare dentro di te il coraggio e la forza di affrontare tutto questo e so che lo farai”.

Seguono tre secondi di silenzio quindi la piccola alza gli occhietti e, ancora combattuta tra la voglia di farcela e la timidezza, mi dice: “ma papi, è difficile!”

“Lo so, stellina, ma superare le difficoltà è la differenza che passa tra crescere e semplicemente invecchiare, lo farai?”

Ancora tre secondi di rimirarsi negli occhi e poi quelle lucine brillano e mi risponde: “Sì”.

La piccola donna cresce e al vecchio Maestro un poco s’inumidisce lo sguardo.

Piccole dolcezze replicantisi

Piccole dolcezze replicantisi

#Deminimis

Questa sera la ranocchia è tornata dalle prove recando in dono il cd della registrazione dal vivo di uno dei concerti natalizi della sua prima tournée da orchestrale.

Subito l’ha voluto ascoltare appena salita in auto mentre sprizza allegria e contentezza e gli occhietti guizzano ad ogni nota e le manine mimano ora il maestro ora l’arco.

Che tenerezza questa cucciola così innamorata delle sue acerbe note ancora incerte, così orgogliosa del suo lavoro, monetina d’argento così felice dei suoi primi passi in un mondo più grande.

Ha il suo maestro e il suo direttore, e io già un poco mi defilo.

Dei del cielo, come son tanti solo dieci anni. Come si comincia presto a finire il proprio mestiere.

La pubblica opinione

Costei esiste solo per essere corrotta e concupita, non prevale in lei scelta individuale, ma un istinto il cui fine è eccitarsi e obbedire. (G. Alvi da “il secolo americano)

#Deminimis

Ieri sera finalmente sono rincasato a un’ora sufficientemente decente da poter cenare frugalmente senza ingollarmi così, libato dell’ultimo boccone d’avanzi e d’un cucchiaio di marmellata di cetrioli, mi sono imbacuccato e con il passo mio malfermo ho percorso la stretta viuzza che conduce alla piazza sotto un cielo lucido di ghiaccio e cristallo.

Delimita la piazza la grande chiesa e di fronte ad essa la bella e antica canonica nel cui ampio ed elegante portone s’infilava tosto il prelato senza cenno alcuno di saluto, così ciascuno teneva la dritta dove la stretta via ricomincia a fendere il villaggio e ciascuno tosto svoltava nel primo portone alla sua destra, egli in canonica, io nella grande chiesa.

Fredda, ma meno che all’addiaccio, e illuminata a giorno e tutto intorno all’altare donne, uomini, giovani e anziani, chi ai lati, seduti reggendo liuti ed ottoni, chi in piedi assiepati in schiera dietro all’altare e rivolti verso la navata vuota. Di fronte a loro e all’altare il maestro, non io, il loro, che arringava e celebrava il rito come predicatore pre-conciliare.

Musica dunque, orchestra e coro.

Da oltre due ore la mia piccola se ne stava diligentemente seduta dietro la fila dei secondi violini a fare con gli altri la sua piccola parte di secondo violino di rincalzo e di piccola mascotte.

Mezz’ora ancora di musica e un’orchestra dal vivo è sempre emozionante, il coro e i fiati son davvero bravi, poi il maestro scioglie l’incanto e le fila. I coristi smobilitano per primi, ultimi gli archi, ultima degli archi la più piccola che scende compunta i gradini, raggiunge sui banchi la custodia e, finalmente messo tutto in ordine, indaga sulla sua sorte per scoprire chi l’accompagnerà a casa.

Incrociato lo sguardo dell’anziano genitore all’ultimo banco all’opposto angolo della chiesa allarga un sorriso e svelta s’incammina salutando i colleghi.

Quattro passi nella notte gelata chiacchierando con due occhietti vispi e felici di quanto sia bello ed emozionante imparare a suonare così, condividendo un cioccolatino portato da casa, sono solo quattro passi lungo il difficile cammino del riconciliarsi con il mondo.

Benedetti siano la musica e i pargoli.

Piccola digressione sui pargoli, il rugby e le regole

A un accenno di @Livepaola al rugby, o meglio al minirugby, sport al quale il vecchio e malfermo maestro è aduso accompagnare la prole incluso qualche torneo di under 10 e under 8 debbo queste maldestre riflessioni

Paola vi si riferiva per il meritorio apprendere il valore del rispetto delle regole mentre io m’ingarbugliavo raccontando di personali e più fisiche, anzi manesche, esperienze dei miei.

Così tanto aveva infierito qualche sorso di prosecco sulla già labile e frusta mente del vegliardo?

Il nesso in realtà è un poco nascosto e ora, anzitutto a me stesso, lo disvelo per come io malamente lo intendo.

Piccoli, dai sei anni in avanti, questi goffi nanetti intabarrati in calzoncini che arrivano al polpaccio e felpe che arrivano alle ginocchia, si ruzzolano sui prati e nel fango rincorrendo una palla, per giunta ovale e bizzosa, disordinati e scoordinati, spesso dimenticando persino da che parte debbono correre, tentare, o almeno fingere, quando per ventura gli capita la palla e questa non sfugge dalle mani.

In queste zuffe e capriole, tra i richiami dell’istruttore più paziente di giobbe, imparano la prima fondamentale lezione, quella propedeutica ad ogni rispetto di ogni regola. Il rispetto per sé stessi.

E come accade ciò? Ebbene proprio in quel contatto fisico, ruvido per goffaggine e non per malizia, nel quale anche quelli che all’inizio paiono più rinunciatari, insicuri, timidi o imbranati, finiscono per misurarsi tra pari.

In quelle zuffe chi ha sempre avuto paura di prenderle impara che è in grado anche di darle, anche a quello che si atteggia a spavaldo, anche a quello che temevi ti avrebbe deriso per lo spessore dei tuoi spessi occhiali o per l’inusitata rotondità e prominenza del tuo pur piccolo ventre piuttosto che per l’insolita esilità della tua figura.

Ti calpesta un piede, o una mano, ti strappa la palla quando non è tuo avversario? Ti tiri in disparte o piangi? Il tuo allenatore ti ributta nel mucchio, la mamma è tenuta a cento metri di distanza affinché anche se vede e sente le tue urla tu non veda né senta le sue e non ti si lascia tempo di cercarne il troppo indulgente sguardo, il fischietto del canuto istruttore ti ha già ricacciato nella bolgia e tocca a te fare il capitano, tocca imparare a difendersi, tocca giocarsela a viso aperto. Anzi, è ammesso soltanto giocarsela a viso aperto altrimenti sei fuori.

Così ho visto bambini timorosi, talvolta proprio impacciati e un poco imbranati, a poco a poco acquistare quella confidenza in sé stessi e di conseguenza quel rispetto tra pari da parte dei compagni di zuffa, bambini che nei primi incontri parevano riluttanti a mettere piede nell’erba si sono fatti ometti e donnine. Sì, donnine perché anche le bimbe giovano assai dal “menar le mani” quanto a stima di sé, confidenza nei propri mezzi e capacità di tenere a bada, d’ora in poi, gli arroganti e i maleducati. A viso aperto.

Orbene

Perché dunque questa lunga e noiosa digressione sui pargoli che si azzuffano e sui benefici del rude contatto fisico, a viso aperto, contando su sé stessi e incluso nella regola del gioco? (anche nei tornei giocano a minirugby con regole molto, molto semplificate, ma la vera palestra è l’allenamento)

Perché credo di aver constatato in quei batuffoli umani che gioiosi rotolano insozzandosi d’erba e fango appresso a una palla ovale che dalla coscienza di sé nasce il rispetto di sé e degli altri pari a sé.

Da questo discende un mutuo riconoscersi tra pari che passa dalla fisica consapevolezza che nei lividi siamo tutti uguali.

Quella è la regola aurea, la regola del gioco numero uno. Quella è la regola propedeutica a tutte le altre, quella che ti insegna sulla pelle la correttezza perché ti insegna che se sgarri i tuoi pari a buona ragione te le rendono e quando hanno ragione le prendi e basta, zitto e le porti a casa. E tu lo sai quando hanno ragione, e pure loro e a turno ciascuno.

Una volta regolati i conti come sempre si mangerà pane e salsiccia tutti insieme (la birra verrà più avanti).

La serenità che presiede a questa collettiva consapevolezza, quella che fa giustamente arrabbiare i più brocchi quando quello più bravo vuol fare da solo, quella che fa passare in fretta i lacrimoni quando tra maldestri ci si scambia una involontaria gomitata, un calcio o un pestone, quella che fa redarguire il compagno che commette una scorrettezza sull’avversario perché così è ovvio che si perde palla, ebbene questa è il fondamento sul quale necessariamente si basa il buon rispetto delle regole di coloro che amano le buone regole perché si sentono parte del gioco. E il gioco è nelle regole.

Questo rispetto per sé crescerà simmetrico contrappeso ad ogni regola e crescendo la complessità di queste nel vivere sociale farà di questi batuffoli, se continueranno nella virtù, dei cittadini. Cittadini perché le regole le sentono come nel gioco consustanziali alla convivenza. Per contro sapranno pretendere che le regole siano giuste, eque, funzionali al gioco della civile convivenza.

Schivare le regole, eluderle, farsi furbi e frodarle di nascosto, giocare nel gruppo per emergere da soli, foss’anche per un colpo di fortuna, ebbene questo è invece il comportamento che ho visto insegnare in altri giochi con la palla, una palla più tonda, assai più popolari.

Così schivare le regole è invero il comportamento dei servi infedeli delle bibliche parabole e, nella nostra storia, dei sudditi che debbono sopravvivere all’angheria del sovrano, al capriccio del signore, dei suoi scherani, dei suoi sceriffi ed esattori. A questi non importa che la regola sia equa e funzionale al gioco della convivenza, si da per scontato che la regola sia l’espressione del capriccio del potente, una soverchieria codificata alla quale si è forzati all’ossequio e tenuti dalla necessità di sopravvivergli, quindi in cuor proprio assolti, a tentare ogni espediente per scamparne le conseguenze. Grida manzoniane.

Dunque? A cosa porta questa arruffata e sbilenca concione?

A poco come le ultime considerazioni che seguono:

il rispetto di sé come degli altri è il fondamento del senso civico.

un senso civico che si impara da bambini anche grazie ai lividi e ai ruzzoloni scambiati tra pari, nella propedeutica esperienza fisica di una civile composizione delle immancabili frizioni nel tentare una cooperazione di mutua utilità. Fisicamente si impara che è necessario darsi da fare per poter pretendere che anche gli altri facciano altrettanto e se non collabori non importa se “tecnicamente” sei bravo, sei fuori dalla regola, sei fuori dalla squadra, sei fuori dal campo.

Oh dei! Che tedioso sproloquio si è risparmiata!

Fortunatamente l’intelligenza dei commensali, vistomi in cotanta dialettica difficoltà e intuito il rischio di codesta deriva, mi hanno soccorso e han cambiato discorso!

#Deminimis

S’accorciano i giorni e presto cala la sera, i pargoli lasciano il cortile e i suoi giochi e dopo la cena attendono di trascorrere il tempo pendendo dalle labbra degli anziani.
Ci si siede dunque sul divano e il più anziano apre le pagine di Melville e racconta di Ismaele e del Leviatano sino a quando anche l’ultimo cede e come sacco di patate novelle ciascuno trasporta e accomoda nel giaciglio.
Al mattino è un fervore di domande sul sartiame, le gomene, le golette, la coffa e il castello, e con i mattoncini danesi dopo trent’anni redivivi costruire bianchi capodogli e baleniere.

il lato sconveniente, talvolta.

lavorare nello stesso ufficio con la consorte l’ho sempre ritenuto una benedizione del destino e segno della benevolenza degli dei.

ella è peraltro assai capace, caparbia e costante laddove io tendo ad essere ondivago, distratto e umorale.

ella sa di non essere versata laddove invece le mie doti si sono nel tempo affinate oltre la fortuna di una naturale inclinazione e da quelle questioni si astiene come io mi astengo da quelle che son sue.

restano tuttavia quei pochi e ben delimitati ambiti nei quali il lavoro dell’uno dipende da quello dell’altro piuttosto che viceversa.

qui, ahimè, i desiderata della consorte divengono gentili richieste alle quali non dico opporre un cortese rifiuto, ma già l’accondiscendere con il ritardo di una mezz’ora diviene motivo di turbamento, offesa, sdegnato broncio e giusta causa per rivangare le precedenti occasioni sino alla seconda dinastia Ming.

oh, la mia signora! dolce dono del cielo, di tutte le sue molte e lodevoli qualità una sola io la reputo esecrabile: la tignosa troppo lunga memoria.

seduti sulle lauree

io vedo e nettamente percepisco una crescente rancorosa acredine di coloro i quali avendo creduto che di fronte a cotanta pezza di carta bollata e firmata da insigni chiarissimi tutti si dovessero genuflettere offrendo oro, incenso, mirra, euri e prebende vitalizie, ebbene, d’un tratto si trovano di fronte alla vile plebea domanda che suona all’incirca così: “tu cosa sai fare?”.

Se per quel qualcosa nessuno reputa in cuor suo di scucire in cambio i propri sudati denari, ah, qual vile spregio della cultura! onta, bestemmia e sacrilegio!

Come se la cultura, l’etica, le somme virtù e i migliori destini fossero tutti consustanziati in quel diploma e i marrani per viltà d’animo e grettezza li disconoscessero rinnegando l’umana storia, speme e sapienza in un sol gesto.

#Deminimis ovvero riempire d’aria fresca e limpida il vuoto del mezzo bicchiere di fiele

Vivere per molte settimane sotto la pressione dell’incalzare dei quotidiani intralci all’ordinato svolgere il proprio lavoro, quegli intralci che come selva di fili e di spine incrociati nella corsa diventano matassa tra le caviglie e le ginocchia, inestricabile che par di potersi solo strappar di dosso a costo di inciampi, cadute e scalciare in corsa, ebbene la mala abitudine a sopportare tutto ciò come fosse parte stessa del lavoro se non talvolta la porzione preponderante per tempo ed energie che sugge e fibra che consuma, questa finisce per trasfigurare le poche ore di un venerdì di metà maggio che seguono il fortunato caso di poter lasciare il lavoro alle diciassette e trenta in una serena e gioiosa vacanza.

Questo realizzi dopo aver tranquillamente consumato una parca cena a tavola con la consorte e i pargoli, aver sparecchiato la tavola aiutato da questi, ripiegato e riposto la tovaglia nel cassetto per infine uscire in cortile e sedersi sulla sdraio mentre il sole sparisce dietro al muro e poter guardare nel silenzio del frinire dei grilli le poche nubi alternarsi a far velo alla luna e il diorama del fondovalle accendere luci e lampioni.

Che mi sia di lezione. Devo essere più rigoroso, affilare meglio la mia falce e tenere lontano dal mio sentiero i troppi rovi.

Falciare l’erba quando e’ ancora tenera.