Piccola digressione sui pargoli, il rugby e le regole
A un accenno di @Livepaola al rugby, o meglio al minirugby, sport al quale il vecchio e malfermo maestro è aduso accompagnare la prole incluso qualche torneo di under 10 e under 8 debbo queste maldestre riflessioni
Paola vi si riferiva per il meritorio apprendere il valore del rispetto delle regole mentre io m’ingarbugliavo raccontando di personali e più fisiche, anzi manesche, esperienze dei miei.
Così tanto aveva infierito qualche sorso di prosecco sulla già labile e frusta mente del vegliardo?
Il nesso in realtà è un poco nascosto e ora, anzitutto a me stesso, lo disvelo per come io malamente lo intendo.
Piccoli, dai sei anni in avanti, questi goffi nanetti intabarrati in calzoncini che arrivano al polpaccio e felpe che arrivano alle ginocchia, si ruzzolano sui prati e nel fango rincorrendo una palla, per giunta ovale e bizzosa, disordinati e scoordinati, spesso dimenticando persino da che parte debbono correre, tentare, o almeno fingere, quando per ventura gli capita la palla e questa non sfugge dalle mani.
In queste zuffe e capriole, tra i richiami dell’istruttore più paziente di giobbe, imparano la prima fondamentale lezione, quella propedeutica ad ogni rispetto di ogni regola. Il rispetto per sé stessi.
E come accade ciò? Ebbene proprio in quel contatto fisico, ruvido per goffaggine e non per malizia, nel quale anche quelli che all’inizio paiono più rinunciatari, insicuri, timidi o imbranati, finiscono per misurarsi tra pari.
In quelle zuffe chi ha sempre avuto paura di prenderle impara che è in grado anche di darle, anche a quello che si atteggia a spavaldo, anche a quello che temevi ti avrebbe deriso per lo spessore dei tuoi spessi occhiali o per l’inusitata rotondità e prominenza del tuo pur piccolo ventre piuttosto che per l’insolita esilità della tua figura.
Ti calpesta un piede, o una mano, ti strappa la palla quando non è tuo avversario? Ti tiri in disparte o piangi? Il tuo allenatore ti ributta nel mucchio, la mamma è tenuta a cento metri di distanza affinché anche se vede e sente le tue urla tu non veda né senta le sue e non ti si lascia tempo di cercarne il troppo indulgente sguardo, il fischietto del canuto istruttore ti ha già ricacciato nella bolgia e tocca a te fare il capitano, tocca imparare a difendersi, tocca giocarsela a viso aperto. Anzi, è ammesso soltanto giocarsela a viso aperto altrimenti sei fuori.
Così ho visto bambini timorosi, talvolta proprio impacciati e un poco imbranati, a poco a poco acquistare quella confidenza in sé stessi e di conseguenza quel rispetto tra pari da parte dei compagni di zuffa, bambini che nei primi incontri parevano riluttanti a mettere piede nell’erba si sono fatti ometti e donnine. Sì, donnine perché anche le bimbe giovano assai dal “menar le mani” quanto a stima di sé, confidenza nei propri mezzi e capacità di tenere a bada, d’ora in poi, gli arroganti e i maleducati. A viso aperto.
Orbene
Perché dunque questa lunga e noiosa digressione sui pargoli che si azzuffano e sui benefici del rude contatto fisico, a viso aperto, contando su sé stessi e incluso nella regola del gioco? (anche nei tornei giocano a minirugby con regole molto, molto semplificate, ma la vera palestra è l’allenamento)
Perché credo di aver constatato in quei batuffoli umani che gioiosi rotolano insozzandosi d’erba e fango appresso a una palla ovale che dalla coscienza di sé nasce il rispetto di sé e degli altri pari a sé.
Da questo discende un mutuo riconoscersi tra pari che passa dalla fisica consapevolezza che nei lividi siamo tutti uguali.
Quella è la regola aurea, la regola del gioco numero uno. Quella è la regola propedeutica a tutte le altre, quella che ti insegna sulla pelle la correttezza perché ti insegna che se sgarri i tuoi pari a buona ragione te le rendono e quando hanno ragione le prendi e basta, zitto e le porti a casa. E tu lo sai quando hanno ragione, e pure loro e a turno ciascuno.
Una volta regolati i conti come sempre si mangerà pane e salsiccia tutti insieme (la birra verrà più avanti).
La serenità che presiede a questa collettiva consapevolezza, quella che fa giustamente arrabbiare i più brocchi quando quello più bravo vuol fare da solo, quella che fa passare in fretta i lacrimoni quando tra maldestri ci si scambia una involontaria gomitata, un calcio o un pestone, quella che fa redarguire il compagno che commette una scorrettezza sull’avversario perché così è ovvio che si perde palla, ebbene questa è il fondamento sul quale necessariamente si basa il buon rispetto delle regole di coloro che amano le buone regole perché si sentono parte del gioco. E il gioco è nelle regole.
Questo rispetto per sé crescerà simmetrico contrappeso ad ogni regola e crescendo la complessità di queste nel vivere sociale farà di questi batuffoli, se continueranno nella virtù, dei cittadini. Cittadini perché le regole le sentono come nel gioco consustanziali alla convivenza. Per contro sapranno pretendere che le regole siano giuste, eque, funzionali al gioco della civile convivenza.
Schivare le regole, eluderle, farsi furbi e frodarle di nascosto, giocare nel gruppo per emergere da soli, foss’anche per un colpo di fortuna, ebbene questo è invece il comportamento che ho visto insegnare in altri giochi con la palla, una palla più tonda, assai più popolari.
Così schivare le regole è invero il comportamento dei servi infedeli delle bibliche parabole e, nella nostra storia, dei sudditi che debbono sopravvivere all’angheria del sovrano, al capriccio del signore, dei suoi scherani, dei suoi sceriffi ed esattori. A questi non importa che la regola sia equa e funzionale al gioco della convivenza, si da per scontato che la regola sia l’espressione del capriccio del potente, una soverchieria codificata alla quale si è forzati all’ossequio e tenuti dalla necessità di sopravvivergli, quindi in cuor proprio assolti, a tentare ogni espediente per scamparne le conseguenze. Grida manzoniane.
Dunque? A cosa porta questa arruffata e sbilenca concione?
A poco come le ultime considerazioni che seguono:
il rispetto di sé come degli altri è il fondamento del senso civico.
un senso civico che si impara da bambini anche grazie ai lividi e ai ruzzoloni scambiati tra pari, nella propedeutica esperienza fisica di una civile composizione delle immancabili frizioni nel tentare una cooperazione di mutua utilità. Fisicamente si impara che è necessario darsi da fare per poter pretendere che anche gli altri facciano altrettanto e se non collabori non importa se “tecnicamente” sei bravo, sei fuori dalla regola, sei fuori dalla squadra, sei fuori dal campo.
Oh dei! Che tedioso sproloquio si è risparmiata!
Fortunatamente l’intelligenza dei commensali, vistomi in cotanta dialettica difficoltà e intuito il rischio di codesta deriva, mi hanno soccorso e han cambiato discorso!